Durante il Rinascimento si assiste ad un clamoroso ed imponente recupero della figura e della filosofia di Platone. Ciò avviene per molteplici ragioni: egli è visto come la personalità più interessante, seducente ed “artistica” dell’intera classicità; rappresenta il perfetto contendente di Aristotele, ed il massimo oppositore di quella filosofia Scolastica quasi con disgusto ripudiata dai liberi pensatori umanistici; le sue teorie particolarmente problematiche, interrogative, aperte e slegate da superstiziose credenze, lasciano spazio ai turbamenti dell’uomo ed ai suoi dubbi esistenziali. Platone viene inoltre considerato, ed è probabilmente questa la ragione principale del suo rilancio, il filosofo maggiormente vicino alla religione cristiana, in particolar modo a quel rapporto circolarità-amore attraverso il quale, gran parte degli studiosi rinascimentali, intendono spiegare il legame tra Dio e l’uomo.

Questo processo di rilancio di Platone è stimolato da precisi avvenimenti storici, come il Concilio di Ferrara e di Firenze (1438-1439), indetto per discutere dell’unione tra la Chiesa greca e la Chiesa orientale, oppure come la conquista da parte dei Turchi di Costantinopoli (1453), che permette a molti sapienti originari dell’oriente di affluire in Italia.

Se nel Medioevo erano reperibili poche opere del filosofo greco – MenoneFedone Timeo – nel Rinascimento, grazie a molte nuove traduzioni – in questo senso inestimabile il lavoro di Marsilio Ficino (1433-1499) che ne traduce l’intero corpus di scritti – è possibile consultare integralmente, ad esempio, i fondamentali Dialoghi. Tuttavia, nonostante la possibilità di usufruire direttamente dei suoi testi, Platone continua ad essere letto ed interpretato in una visione neo-platonica, che ne strumentalizza il pensiero, avvicinandolo smodatamente allo spirito religioso cristiano.

Parallelamente alla riscoperta di Platone avviene nel Rinascimento una rilettura della filosofia di Aristotele, nel Medioevo mai accantonato, anzi, utilizzato come modello dalla Scolastica. L’interpretazione aristotelica in tutto e per tutto religiosa propria di Tommaso d’Aquino (1225-1274), viene messa da parte e si formano due diverse correnti di pensiero: da una parte gli averroisti – sostenitori dell’aristotelismo interpretato dal filosofo arabo – dall’altra gli alessandrinisti – seguaci del commento di Alessandro di Afrodisia (III secolo d.C.). I primi dichiarano l’esistenza di un solo intelletto disgiunto ed immortale, concependo l’individuo tangibile come mortale, mentre i secondi affiancano alla mortalità dell’individuo la mortalità dell’intelletto, considerando l’anima una funzione dell’organismo, e dunque legata ad esso ed al suo naturale destino di estinzione.

I due diversi aristotelismi convergono però su diversi punti, di cui uno particolarmente importante: la teoria della “doppia verità”. Rispetto ad una questione, oppure ad un concetto, tale principio ammette l’esistenza di due verità, tra loro contraddittorie eppure entrambe valide, ciascuna ovviamente nel proprio contesto. Dunque, in filosofia un’idea può essere vera anche se nella fede è sostenuto esattamente il contrario. La teoria riesce a limitare il contrasto tra sapere e religione, tanto che molti pensatori dell’epoca la utilizzano, con successo, per fronteggiare le accuse mosse dagli inquisitori ecclesiastici.

Il recupero di Platone e la reinterpretazione di Aristotele, portano alla nascita di un’aspra polemica tra gli studiosi che sostengono l’ateniese e gli studiosi che sostengono lo stagirita. I platonici si fanno portavoce di un necessario rinnovamento religioso, mentre gli aristotelici premono per una rinascita della filosofia naturale, che riporti all’antica ricerca naturalistica, svincolata dalla fede e libera di proporre idee lontane da quelle divulgate da secoli dalle autorità religiose. La disputa riguarderà alcuni dei filosofi fondamentali dell’Umanesimo, da Cusano a Ficino, da Pico della Mirandola a Pomponazzi, dei quali ci occuperemo dettagliatamente nei prossimi articoli.

Concludendo, vorrei far notare come entrambi gli schieramenti si caratterizzino per quella che potremmo definire un’inversione di tendenza. I platonici infatti, così ostili alla Scolastica, si concentrano con più attenzione sulla sfera spirituale della filosofia, mentre gli aristotelici, “adepti” di un autore alla base della cultura cristiana medievale, prendono le distanze dalla fede esortando il processo di laicizzazione del sapere. Uno sviluppo filosofico interessante e singolare questo, che dimostra quanto liberamente – è accaduto e tuttora accade piuttosto spesso in filosofia – possa essere letto ed interpretato il pensiero di un autore appartenente al passato, nella fattispecie appartenente all’antichità, anche contraddicendo letture ed interpretazioni, talvolta addirittura proprie, già fornite in precedenza sullo stesso autore.

In copertina: Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, 1511.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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