Maurice Utrillo fu l’unico, nell’informe calderone di artisti che passò per Parigi agli inizi del ‘900, ad essere realmente nato e cresciuto nel libero comune di Montmartre.
Fortunato? Neanche molto in fin dei conti, considerando le vicissitudini familiari con cui si è dovuto confrontare fin da bambino e la vicinanza geografica ai maggiori luoghi di perdizione della città. Con la madre, una pittrice nascosta in un’infanzia da modella, condivise la mancanza di una figura paterna: lei sopperì all’assenza con amanti maturi, di molto più di lei; lui con il vino.
Certo, non fatevi un’idea sbagliata di Suzanne Valadon, madre di Utrillo appunto: non era una povera ragazza indifesa, anzi, era una donna di carattere, amava scegliere i suoi amanti, non veniva di certo schiacciata da loro. A dimostrazione della sua acuta intelligenza peraltro, vi è anche la lunga lista di artisti con cui ha intessuto rapporti intimi, non necessariamente finendovi incastrata tra le coperte: Degas – del quale racconterà dopo la sua morte che non andarono mai al letto insieme, poiché lui “ne aveva una paura terribile” –  Renoir, Puvis de Chavannes, Rodin e Toulouse-Lautrec, che le donò il nome d’arte di Suzanne (il suo vero nome era Marie-Clementine). Fu proprio quest’ultimo ad impartire lei le prime lezioni di pittura, oltre ad essere stato tra i primi ad utilizzarla come modella. Ma la sua prima professione era ben altra, la giovane Suzanne infatti sognava di diventare una trapezista per il circo. Un incidente e le diverse necessità la portarono poi ad impugnare il pennello.
Ma tra tutti coloro che parteciparono nella creazione di questa piccola storia, triste e felice allo stesso tempo, va indicato senza dubbio Degas, che ha avuto il merito di incentivarla nell’invito a coltivare il suo talento nella pittura.

Appena diciottenne Suzanne rimase incinta e dopo nove mesi, il 26 Dicembre 1883, nacque il piccolo Maurice. La paternità rimase ignota a lungo, anche se oggi si è abbastanza sicuri intorno al nome di Miquel Utrillo (paternità confutabile anche solo per la somiglianza fisica).  Questa iniziale incertezza però, non fece altro che alimentare una serie di storie e di leggende che scherzosamente si diffusero per Montmartre, legate alla ricerca del vero padre: la più assurda narrava di come la Valadon cominciò a girare porta a porta dai sospetti padri, chiedendogli di riconoscere il figlio: così andò da Renoir il quale disse perplesso: “Non può essere mio, ha un colore orribile!”. Successivamente si recò da Degas, con il quale non aveva neanche mai consumato l’atto tra l’altro, ma ricevette un risultato simile. Degas rispose: “Non può essere mio, ha una forma terribile”. Così sconsolata andò dallo spagnolo Miguel Utrillo, formulando la solita richiesta. L’artista iberico, pur non sapendo con certezza di essere il padre del bambino, accettò di riconoscere Maurice come proprio figlio affermando “Sarei molto felice di dare il mio nome ad uno dei lavori di Renoir o Degas!”.

Maurice Utrillo, Rue du Mont-Cenis, 1914 Paris, musée de l’Orangerie © RMN-Grand Palais

Così nacque Maurice Utrillo, tra una storia inventata e un pellegrinaggio di atelier in atelier. Bambino precoce, ancor prima di aver emesso un vagito su questo mondo, già aveva avuto il tempo di essere rifiutato. Certo non il migliore degli inizi. E non si può dire che sia andata migliorando la situazione.
La nonna materna, Madeleine, alcolizzata cronica, addirittura in alcuni testi descritta come in stato di “perenne ebetudine”, pensò bene di sostituirgli il latte nel biberon con abbondanti dosi di vino. Questi eccessi perpetuati fin dall’infanzia, comportarono diversi problemi fisici e mentali al piccolo Maurice: a soli 8 anni, per esempio, era affetto da epilessia. Da quando vide la luce, il vino rimase perennemente sul suo comodino, tanto che i ragazzi nel quartiere cominciarono a chiamarlo con il soprannome di “Litrillo”, per via del consumo smodato che ne faceva. Persino le prostitute quando lo vedevano passare per Pigalle lo deridevano per la sua andatura barcollante. Tutto ciò lo portò a soffrire di “Delirium tremens” fin da ragazzo, tanto da ricevere ricoveri reiterati in tutte le fasi della sua vita, passando dai manicomi alle case di cura, dove venne sottoposto ad ulteriori atrocità. Alcune fonti narrano di come, nei periodi in cui la madre cercò di levargli il vino, fosse arrivato a bere anche l’acqua di colonia e la trementina che usava per stemperare i colori.

Fu proprio a causa del suo vizio però che iniziò a dipingere, soprattutto per merito della madre: Maurice scoprì il suo talento a diciannove anni dietro il consiglio di un neurologo che lo aveva appena dimesso da una clinica per disintossicarsi. La cura prescritta prevedeva di utilizzare un hobby, come quello della pittura, come valida distrazione all’alcolismo: si rivelò efficace, infatti per lunghi periodi Utrillo si immerse nel suo mondo artistico, giorno e notte. Suzanne, da parte sua, cominciò a commissionargli un quadro al giorno, costringendo Maurice ad uscire alla ricerca di soggetti per realizzare le tele.

Maurice UtrilloNotre-Dame1909
Paris, musée de l’Orangerie © RMN-Grand Palais

Quando cominciò a crescere il rapporto tra i due migliorò notevolmente, per via anche della sempre più stabile situazione sentimentale della madre: durante la prima guerra mondiale la donna cominciò a frequentare André Utter, un coetaneo di Maurice. I tre vissero a lungo insieme a rue Cortot 12, legandosi con un rapporto autentico e indissolubile, tanto da essere soprannominati la “trinité maudite”. André fu un modello fecondo per la madre, che ritrasse in diverse circostanze.
Nel 1917 organizzarono una grande mostra, dove vennero esposti sia i quadri di Suzanne che Maurice. Il successo arrivò subito, ma non fu accompagnato dalla sua tranquillità emotiva, anzi. La condizione peggiorò ancora, finché non si chiuse silenzioso in camera, con l’unica compagnia dei suoi trenini in legno con i quali giocava ancora alla ricerca dell’infanzia che gli fu rubata.

Come spesso è accaduto ai pittori affetti da questo tipo di disturbi, la sua produzione è stata assidua e sistematica. Non si staccava mai dai suoi colori neanche per mangiare: il più delle volte la sua smania di premere quei pennelli in pelo di capra su qualche tela in tinta bianca, unita alla sua socialità complessa, lo portò a riprodurre delle cartoline che trovava per Montmartre.
E poi quelle tinte color calce, mischiate con l’intonaco delle pareti che colava mischiandosi sulle stradine della Butte, enunciavano una solitudine struggente che evadeva solo nei suoi magnifici cieli occupati dalle inquiline irrequiete, le nuvole, in quelle ambientazioni invernali.

Tra i suoi pochi amici vi erano pittori, commissari di polizia (che spesso lo invitavano in questura solo per chiedergli delle tele) e derelitti vari. Tra questi va ricordato però un altro immigrato leggendario della ville lumiere, Amedeo Modigliani, amico fraterno per il quale Utrillo era disposto ad attraversare Parigi fino ad arrivare a Montparnasse, mangiare un boccone insieme da Chez Rosalie, e poi tornarsene in zone più “amiche”. Anche intorno alle loro peripezie le leggende si sprecarono e per fortuna qualcuna ce ne è pervenuta, seppur romanzata.

Ma non sempre la solitudine sentimentale rimane tale in eterno, anzi, quanto meno te l’aspetti anche le persone più asociali possono vedere la propria quiete interrotta. Improvvisamente, in piena fase mistica e religiosa, Utrillo si sposò con Lucie Valore, una donna più anziana di lui e a sua volta vedova di un banchiere.
La donna fu abile e astuta, e in poco tempo riuscì a far battezzare Utrillo per poi sposarlo in chiesa: in men che non si dica con un colpo di stato si impossessò di tutti i suoi averi, prendendone in mano la gestione come un’agente professionista, riuscendo a mettere a profitto le sue opere. Tale era la sua abilità persuasiva che Utrillo si convinse a lasciare Montmartre, abbandonandola per sempre. L’artista passò il resto della vita a pregare e dipingere, smettendo persino di bere. Tale fu la sua astrazione dalla realtà che alla scomparsa della madre, Suzanne, nel 1938, appena tre anni dopo il matrimonio, non presenziò neanche al suo funerale.

Maurice visse ancora fino al 1955, pur non sapendo di essere al mondo. Nell’ultimo periodo si limitò a dipingere a memoria gli scorci che più aveva amato di Montmartre o copiando cartoline e paesaggi visti dalla finestra.

Maurice UtrilloThe Bernot House1924 Paris, musée de l’Orangerie © RMN-Grand Palais

Il suo sguardo ci parlò della solitudine umana anche in mezzo alla città più viva del mondo in quegli anni, spiegandoci cosa volesse dire la parola oppressione, la solitudine interiore come un vuoto emotivo che per lui fu incolmabile tutta la vita e che ha cercato di spiegarci attraverso una sensibilità fuori dal comune nel selezionare paesaggi, luci e colori. Maurice e la madre hanno rappresentato il montmartrois per eccellenza, assumendone gli eccessi, le stranezze e i comportamenti, e divenendo gli ultimi di quella “illustre” famiglia. Per questo potremmo immaginare, passeggiando per quei vicoli, di poter incontrare ancora il giovane Maurice seduto su uno scalino, davanti al portone di casa mentre aspetta la madre, per dipingere ciò che ha appena visto. E nel frattempo, guardandosi intorno, nella sua “normalità” capire che quello è il suo posto, che quella è la sua vita, e che quello che farà rimarrà per sempre in quei vicoli che ha tanto amato e che lo hanno spinto alla follia.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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