La vera destinazione di una rivista è rendere noto lo spirito della sua epoca. L’attualità di questo spirito è per essa più importante della sua stessa unità o chiarezza e perciò una rivista sarebbe condannata – al pari di un giornale – all’inessenzialità, qualora non si configurasse in essa una vita abbastanza potente da salvare, col suo assenso, anche ciò che è problematico. Infatti: una rivista, la cui attualità non abbia pretese storiche, non ha ragione di esistere.

Walter Benjamin, annuncio della rivista «Angelus Novus».

Mai come nel Novecento si era assistito, nel panorama letterario italiano, ad un infittirsi di riviste, programmi e proclami. In quanto organi fondamentali di discussione, proposta e divulgazione, le riviste svolsero, in particolar modo nella prima metà del XX secolo, un ‘intensa ed essenziale azione tesa ad affermare e diffondere le nuove idee letterarie dell’epoca. iMalpensanti vi propone un viaggio tra i rotocalchi più importanti ed influenti del Novecento italiano.

Il Politecnico

Il Politecnico fu tra le riviste politico-culturali più importanti e celebri del secondo dopoguerra, fondata il 29 settembre del 1945 a Milano da Elio Vittorini, che ne fu anche il direttore, ed edita da Einaudi.

La prima redazione è formata da Franco Calamandrei, Franco Fortini, Vito Pandolfi e Stefano Terra. Si occupa della grafica il designer Albe Steiner, che affianca ai classici colori bianco e nero, un inedito rosso.

Già dal titolo Vittorini si ispira all’omonimo giornale ottocentesco di Carlo Cattaneo, dal quale trae anche le linee programmatiche, su tutte un convinto anti-accademismo ed uno spirito divulgativo popolare quasi missionario. Ecco quel che si legge nella nota pubblicata sul numero d’esordio:

“L’altro politecnico. Si pubblicava a Milano, dal 1839 al ’45, e ancora, dopo il ’60, il più bel periodico di cultura e di scienza che avesse in quel tempo l’Europa. Lo faceva Carlo Cattaneo, quasi da solo. E si chiamava il Politecnico. Aveva un ideale pratico la cultura di Cattaneo. «Primo bisogno è quello di conservare la vita», afferma il Manifesto d’Associazione alla prima annata del Politecnico. Ma completava: «la Pittura, la Scultura, l’Architettura, la Musica, la Poesia… e le altre arti dell’immaginazione, scaturiscono da un bisogno che nel seno della civiltà diviene imperioso non meno di quello della sussistenza.»”

Il foglio si dedica ai problemi sociali che nel dopoguerra dilaniano un paese devastato da un conflitto bellico massacrante, e mira alla formazione di un uomo nuovo, “totale”, “totalmente impegnato e totalmente libero”. La cultura deve partecipare attivamente al processo di rigenerazione sociale in atto in Italia.

In ogni numero, accanto ad un articolo di fondo il più delle volte a firma del direttore, trovano spazio articoli di politica, storia, economia, critica d’arte, filosofia e letteratura. Riguardo quest’ultimo argomento, il rotocalco concede molta attenzione alle nuove traduzioni di autori straordinari come Hemingway, Majakovskij, Pasternak, Brecht e Bloch. Inoltre, risultano molto interessanti le inchieste del Politecnico. Inchieste dedicate ad aziende (FIAT e Montecatini), paesi europei e non (Spagna, Grecia, Francia, Egitto, Cina, Stati Uniti e persino Vietnam) ed eventi storici (la Rivoluzione d’ottobre, la colonizzazione americana, la guerra di Spagna). Inchieste impreziosite da scatti fotografici, fotomontaggi realizzati da John Heartfield e disegni di Cézanne, Picasso, Goya, Gutuso e Dalì.

A partire dalla ventinovesima uscita (1 maggio 1946), la rivista da settimanale muta in mensile. Le pubblicazioni ravvicinate richiedono infatti uno sforzo economico insostenibile. Il giornale cambia inoltre l’indirizzo editoriale, allontanandosi dall’enciclopedismo che aveva caratterizzato la prima serie. La redazione si apre a nuovi collaboratori fissi, come Giulio Preti, Alfonso Gatto, Carlo Bo e Nelo Risi, alcuni dei quali esulano dall’ideologia comunista cui aveva aderito il foglio nei mesi precedenti. Tuttavia la pressione del PCI attorno al Politecnico si rafforza, giungendo a soffocare il rotocalco. Vittorini resta solo, e l’impresa di portare avanti praticamente senza più alcun aiuto una rivista di queste dimensioni, è troppo ardua persino per uno degli intellettuali più importanti ed attivi del Novecento italiano.

L’ultimo numero, nel quale è pubblicato un saggio del filosofo ungherese Lukács, esce nel dicembre del 1947.

Di seguito, l’ufficiosa dichiarazione della chiusura del Politecnico in una lettera di Vittorini scritta al traduttore Michel Arnaud:

“Sono stato costretto, praticamente, a non farlo più. Perché avrei dovuto: o uniformarmi a una linea di attività non culturale (non critica, non scientifica); o lasciarmi spingere verso altre rive per me politicamente immonde. Ed entrambe le alternative sono per me inaccettabili. Il mio comunismo resta serio abbastanza per farmi preferire di tacere, forse anche in quanto ho nei miei libri il lavoro cui tengo di più.”

Bibliografia: “Il Politecnico” di Vittorini, a cura di Massimiliano Borrelli, Oblique Studio 2011.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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