La vera destinazione di una rivista è rendere noto lo spirito della sua epoca. L’attualità di questo spirito è per essa più importante della sua stessa unità o chiarezza e perciò una rivista sarebbe condannata – al pari di un giornale – all’inessenzialità, qualora non si configurasse in essa una vita abbastanza potente da salvare, col suo assenso, anche ciò che è problematico. Infatti: una rivista, la cui attualità non abbia pretese storiche, non ha ragione di esistere.

Walter Benjamin, annuncio della rivista «Angelus Novus».

Mai come nel Novecento si era assistito, nel panorama letterario italiano, ad un infittirsi di riviste, programmi e proclami. In quanto organi fondamentali di discussione, proposta e divulgazione, le riviste svolsero, in particolar modo nella prima metà del XX secolo, un ‘intensa ed essenziale azione tesa ad affermare e diffondere le nuove idee letterarie dell’epoca. Freemaninrealworld vi propone un viaggio tra i rotocalchi più importanti ed influenti del Novecento italiano.

L’Unità

Nell’ultimo appuntamento della rassegna dedicata alle riviste letterarie del Novecento, ci siamo occupati del periodico, fondato nel 1908 da Papini e Prezzolini, La Voce. Tra i suoi collaboratori più assidui ed illustri figura certamente l’intellettuale socialista Gaetano Salvemini, protagonista della crisi irreversibile che colpì il giornale a causa della Campagna di Libia intrapresa nel 1911 dal governo italiano. Dopo un’iniziale avversione nei confronti dell’impresa bellica, La Voce mutò sorprendentemente orientamento avallando l’invasione. Salvemini, da convinto oppositore dell’ideologia nazionalista, manifestò il suo malcontento per tale inversione di tendenza abbandonando il rotocalco. Ecco quel che scrisse in una lettera destinata a Prezzolini, motivando l’addio:

“[…] la crisi tripolitana non è che il momento saliente della crisi generale della Voce. I gruppi della Voce non sono due, sono dieci, sono venti… Occorre dividerci. Io ormai non concepisco più La Voce che come un giornale settimanale di problemi politici, una specie di Critica sociale di vent’anni or sono, in cui la critica letteraria e filosofica faccia da contorno, da ornamento, da puntello ad un’edizione politica determinata”.

A questo punto Salvemini ha bisogno di un nuovo spazio culturale e politico nel quale esprimersi, ed attraverso il quale divulgare all’opinione pubblica le proprie posizioni. Codesta necessità acquista concretezza con la fondazione, avvenuta il 16 dicembre 1911, della rivista L’Unità. Il foglio si propone di affrontare senza riserve né rinunce di alcun tipo, i più importanti problemi del paese, dalla questione meridionale all’inarrestabile corruzione politica, passando per le imprescindibili riforme amministrative, tributarie e scolastiche. Di seguito, i punti fondamentali del documento programmatico del giornale, intitolato Che cosa vogliamo?, e pubblicato in due puntate sui numeri 13/14, 9/16 del marzo 1912.

“Quale sistema di idee, quale criterio fondamentale d’azione intende seguire L’Unità?. A questa domanda rispondiamo risolutamente e nettamente che L’Unità intende essere un giornale DEMOCRATICO secondo il quale l’azione politica deve essere diretta a liberare da ogni parassitismo, non solo borghese ma anche sedicente proletario, lo sviluppo della ricchezza nazionale, a promuovere un continuo elevamento economico morale e politico della classe lavoratrice a beneficio di tutto il paese, a suscitare nella classe lavoratrice medesima la coscienza e l’organizzazione che le consentono di essere essa stessa artefice prima delle proprie conquiste […]

Questa nostra posizione ideale e pratica, che continueremo a chiamare DEMOCRATICA spiega perfettamente perché siamo anche risolutamente ANTINAZIONALISTI.

Nel nazionalismo noi vediamo un movimento fondamentalmente conservatore e antiproletario […], la volontà arbitraria di negare i problemi della nostra vita interna e di farli dimenticare con diversivi di avventure diplomatiche e militari, a vantaggio di tutti quegli interessi parassitari e antinazionali che da un vittorioso sforzo di riforme interne uscirebbero distrutti”.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, L’Unità si schiera dalla parte degli interventisti, illudendosi di poter trasformare il conflitto in quella che oggi chiameremmo una missione di pace. Salvemini si fa portavoce di siffatta, chimerica ambizione mettendo in gioco se stesso con la partenza per il fronte. A causa della defezione del fondatore e direttore, la rivista è costretta a sospendere le pubblicazioni in più di un’occasione.

Il giornale intanto sostiene la rivoluzione russa, ma assumendo una posizione differente dalla tradizionale teoria di eversione marxista che vedeva nella realizzazione dell’autogoverno operaio l’epilogo ideale. Il timore di una dittatura proletaria, nociva tanto quanto quella capitalistica, spinge L’Unità ad intraprendere una nuova via, “nella fondazione di un nuovo raggruppamento politico, che dovrebbe assicurare alle masse contadine uno stato maggiore costituito dall’élite della gioventù combattente”. Il tentativo fallisce, e la rivista chiude i battenti, pubblicando l’ultimo numero, il 53°, il 30 dicembre 1920.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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