E pensare che nel 1931 quando fu diramato il piano regolatore generale di Roma il quartiere Eur non era affatto menzionato, non doveva esistere a tutti gli effetti e infatti non esisteva, era semplicemente boscaglia e terreni agricoli dedicati all’allevamento di bestiame. Ma “quando c’era lui” si scopre che in fondo le cose non erano poi così diverse da come sono ora purtroppo, tant’è che nel 1935 per volere di Benito Mussolini in persona furono adottate delle modifiche ad hoc al neonato PRG, con dei piani particolareggiati esecutivi, soluzioni non del tutto diverse da quelle che prendono i politici oggigiorno.

E42 in costruzione

Cosi tra una norma e l’altra nasce il quartiere voluto per celebrare la grandezza più presunta che reale dello Stato Italiano fascista. L’intenzione originale era quella di ospitare l’esposizione universale a Roma, da qui il nome di Eur, in realtà nascondeva un desiderio da parte di Mussolini di celebrare nel ventennale della marcia su Roma il regime fascista. Fu così che in breve tempo furono chiamati i migliori architetti dell’epoca amati dal regime e furono commissionati per realizzare un complesso di opere le quali oggi sono diventate centro del nuovo quartiere. Tra i vari progetti degni di nota ce ne sono diversi, ovviamente il palazzo dei Congressi di Adalberto Libera che si trova di fronte al palazzo della Civiltà italiana.

L’edificio venne progettato nel 1937 e la costruzione iniziò solo nel luglio del 1938, appena due anni prima dell’inaugurazione ufficiale del 1940 quando a ridosso della seconda guerra mondiale venne inaugurato benché incompleto.

Per deliberare quale fossero i progetti più meritevoli venne promossa una commissione speciale presieduta da Marcello Piacentini in persona, il vate dell’architettura fascista, il quale scelse il progetto degli architetti Lapadula, Romano e Guerrini. Questi avevano portato un progetto molto interessante, un parallelepipedo con quattro facciate identiche caratterizzate da 77 archi per lato rispettivamente 11 in orizzontale e 7 in verticale. In una fase successiva l’altezza fu diminuita di due file di archi diventando un parallelepipedo da 9 per 7. La struttura è ovviamente in cemento armato, vista la dimensione, ma come ogni architettura del periodo è ricoperta interamente da travertino. Il vero problema nella costruzione dell’edificio, come in quello di tutto il quartiere, furono le continue interruzione per la mancanza dei fondi spesi dal 1941 prevalentemente per la grande guerra e le imposte derivanti dalla fallimentare spedizione in Etiopia. Inoltre l’intera struttura poggia su un basamento quadrato, che ai quattro angoli presenta le statue equestri dei diòscuri. Il cambiamento delle dimensioni alla fine avvenne per opera di Piacentini probabilmente avendo preso in mano il progetto a lavori in corso. L’architetto ha accentuato una prospettiva fantastica che getta lo sguardo dall’arco centrale al primo piano dell’edificio sull’asse viario verso la Cristoforo Colombo che inquadra in maniera pregevole il palazzo dei Congressi di Libera.

Tutto ciò però venne abbandonato nel 1943 definitivamente e rimase in un quartiere fantasma per lungo tempo fino a che nella metà degli anni ’50 vennero ripresi in mano i progetti e proseguiti dove si poteva.

Ultima nota descrittiva è più che altro una mia riflessione sulle incongruenze delle politiche nostrane poiché il palazzo delle Esposizioni, nonostante al giorno d’oggi sia ultimato ed abbia appena ricevuto un restauro più o meno completo, non viene utilizzato come museo di arte contemporanea…anzi pensiamo bene di spendere milioni e milioni di euro nella creazione di nuove strutture per nulla caratterizzanti e spesso “ufo cittadini”.

Storia alla mano quello che volevano ricordare con il palazzo della Civiltà italiana è ovviamente che l’Italia era un Impero e come ogni Impero successivo si rifaceva a quello romano; alcuni spunti sono evidenti, a partire dall’utilizzo del travertino, classico di un architettura monumentalista; nella parte superiore della facciata, in un ipotetico frontone, decisero di scolpire la dicitura ” Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori ” con la quale il regime vuole rappresentare il popolo italiano; gli stessi romani non hanno impiegato molto a soprannominare il monumento come “Colosseo quadrato” data la somiglianza ideologica e anche questo ovviamente non è casuale.

Concluderei con un monito, dovremmo guardarci intorno perché l’architettura che ci circonda non solo racconta la storia che è stata, ma ci insegna a capire i nostri errori e ricordare i nostri fasti, e soprattutto ci parla del tempo, il tempo che viviamo, e per questo rifletterei sui modelli da prendere come stile architettonico oltre che come governo politico, alludendo a chi dopo di noi non sembra aver imparato molto dalla storia recente e non ha studiato a fondo la storia passata.

Casa Bianca a Washington, USA

 

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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